Il problema dentro la mia solitudine

Loneliness is solitude with a problem.

– Maggie Nelson (Bluets, 2009)

  1. Recentemente mi sono resa conto di avere un problema: non riesco a trovare un sinonimo per solitudine, una parola che abbia le stesse implicazioni. Di seguito invece ho realizzato che il vero problema è che non trovo un’altra parola per distinguere l’essere soli dal sentirsi soli. In inglese c’è una distinzione verbale tra questi due concetti, un sostantivo per essere soli – solitude – e un altro per sentirsi soli – loneliness. La mia definizione preferita del concetto di solitudine li incapsula entrambi.
  2. Loneliness is solitude with a problem (Maggie Nelson, Bluets, 2009). Quando lessi questa frase per la prima volta non ero sicura di sapere quale fosse quel problema, però capivo cosa intendesse Maggie Nelson. Eppure se avessi dovuto spiegarlo avrei avuto difficoltà. Non riesco a tradurre questa frase in italiano perché mancano i termini, il che costituisce un ulteriore problema. Siamo a due problemi per la solitudine; uno intrinseco e uno superficiale, collocato nel riferire.
  3. Io credo nel potere delle parole. Credo che certe cose nascano o diventino vere solo dopo essere state pronunciate o messe per iscritto. Le parole mi affascinano per due motivi; primo, sono consapevole del peso e dell’importanza che possono assumere, perciò vanno gestite con delicatezza e precisione. Sono sempre stata una persona precisa. Secondo, non sono stata mai troppo brava a scegliere le parole giuste in scambi orali, perciò ho sempre cercato di riscattarmi mettendole per iscritto: non sono maestra di improvvisazione vocale, ma riesco abbastanza bene a coreografare i miei pensieri. Crescendo, a scuola preferivo verifiche e prove scritte a interrogazioni, e trovavo molto più facile chiudermi nei mondi predeterminati dei libri della biblioteca piuttosto che rischiare gli imprevisti di una conversazione, perché mi pareva di non riuscire mai a trovare le parole giuste al momento giusto. La vita va veloce, spesso non lascia tempo di pensare, e molti si adattano a queste dinamiche – oppure sono predisposti ad esse. Dalla mia esperienza personale, o almeno da quello che mi hanno riportato le varie persone con qui ho affrontato questo argomento, non in tantissimi si considerano capaci di esprimersi meglio scrivendo piuttosto che parlando. Mi sono spesso sentita un po’ sola in questa sensazione di inadeguatezza vocale.
  4. Proprio perché le trovo difficili da scovare, le parole giuste hanno un grande valore per me. Sono la copertina con cui vendere i nostri pensieri e sentimenti ancora prima che un potenziale avventore ci abbia sfogliato (bisogna sapersi vendere in questo mondo). Se l’unica parola che ho a disposizione è insoddisfacente, allora sono riluttante ad usarla; se solitudine è così ambigua – perché esiste una notevole differenza tra essere e sentirsi soli – allora faccio fatica ad usarla per dare un nome al vuoto grigio che a volte mi circonda la testa e mi appanna la vista.
  5. Questo fumo mi pare una manifestazione visiva e metaforica del problema di cui parla Maggie Nelson. Eppure è inodore e invisibile agli altri; se non lo vedono e non ne sentono il profumo marcio e io non so come nominarlo, rimane inspiegabile e inspiegato. In un mondo di titoli e sommari, in cui l’invisibilità della nostra salute mentale spesso la relega ad uno stato di irrilevanza, inspiegabile diventa facilmente un sinonimo di inesistente. Quello che dall’esterno si vede è che non mi manca calore umano. Ma se sono umida di neve fino al midollo, quello che per gli altri può sembrare un fuoco è per me soltanto una scintilla. Non è abbastanza per riscaldarmi.
  6. Forse agli occhi altrui non posso sentirmi sola, perché non lo sono, non completamente. Soprattutto, ho una famiglia e amici che mi vogliono bene e a cui ne voglio. Eppure ho anche un buco nero nel petto, una voragine che sembra essersi aperta quando una persona è uscita improvvisamente e definitivamente dalla mia vita. Faccio fatica a descrivere questa mancanza; forse sto soffrendo del lutto di una relazione, una relazione che mi ha marcata e squarciata in due e, anche se ho già perso questa persona, vivo nel terrore di perderla ancora di più. Su questo non voglio elaborare.   
  7. Ho perso qualcuno che per me era molto importante, eppure non nego di avere molte altre persone. E per fortuna. Gli amici non ci sono sempre stati, ma la famiglia sì. Allora non sono sicura, ho il diritto di parlare di solitudine?
  8. La lingua italiana fa distinzione tra amore fraterno e familiare – quindi platonico – e amore romantico ma non tra solitudine in quanto stato fisico e solitudine come stato mentale. Forse perché la famiglia è così importante e centrale per gli italiani, è uno stipite della nostra cultura – allora deve esserci meno spazio nella mente italiana per la solitudine? come se fosse un’attitudine nazionale e noi ne fossimo in parte esenti?
  9. Ma io non mi sento troppo italiana. Non mangio la carne, non mi piace il caffè, e ora mi esprimo meglio in inglese. Spesso ragiono in inglese piuttosto che in italiano, allora i miei pensieri prendono una forma un po’ diversa. E ho bisogno della distinzione tra loneliness e solitude, mi servono entrambe le parole.
  10. Ci provo a volte, ma non riesco a riempire il colmo di una parola italiana mancante con una inglese presa in prestito. Non ho risolto il problema referenziale, ma riconoscere un problema come tale e capirne i meccanismi è sempre un passo nella direzione giusta.
  11. Bluets, il libro/saggio da cui proviene la citazione su cui ho basato questa intera riflessione, parla del colore blu in sfumature di amore, speranza, lutto, depressione e sì, solitudine. Nell’ultimo anno mi sono sentita coì triste e sola che mi sarei rannicchiata nel colore blu se avessi potuto, mi sarei accartocciata e gettata nell’orizzonte ceruleo per diventare un puntino invisibile. Da pochissime cose sono riuscita a trarre conforto: nascondermi nel blu vestendomi e colorandomi di esso fino a diventare una versione strana, aliena e innaturale di me stessa; coreografare parole su pagine bianche, per non tenermele tutte dentro alla testa (ce ne sono state tante); e questo libro, che mi è stato messo tra le mani nel momento giusto. Mi è sembrato da subito che Maggie Nelson conoscesse aspetti della mia solitudine che io non avevo ancora capito, e ho trovato indispensabile capire quale fosse il problema dentro la mia solitudine. Un anno e tre letture di Bluets dopo, una parola si è finalmente candidata al titolo: vergogna.
  12. Forse la differenza tra essere soli e sentirsi soli è che nel secondo caso qualcosa va o fa male. E non è un dolore fisico ma mentale, quindi invisibile. Invisibile, inspiegabile, inesistente? Io lo sento, ma probabilmente per gli altri non ha senso. Dopo averla guardata negli occhi con grande difficoltà, come se fosse un sole brillante al centro di un vasto cielo azzurro, ho realizzato che questa solitudine mi suscita vergogna.
  13. Se mi sento sola mi manca qualcosa. Anzi, io manco di qualcosa. Questo implica vergogna, la vergogna di non bastarmi. O di non farmi bastare le persone che fisicamente sono presenti.
  14. La vergogna, almeno nel mio caso, è uno dei grandi motivi per cui alcune delle cose più importanti e pesanti non vengono pronunciate. Stephen King scrive che le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono (Il Corpo, da Stagioni Diverse, 1982). Se poi le parole giuste proprio non ci sono, a volte mi sembra quasi inutile provare.
  15. Eppure ci ho provato a spiegarlo, proprio qui, proprio a te. Ho provato a raccontarlo per iscritto, e sto anche provando a parlarne, piano piano, con la fiducia fragile di una bambina che impara ad andare in bici. Mi sembra un po’ di stare rimparando la lingua dentro alla quale sono nata, come se ne fossi uscita quando scelsi l’inglese come lingua principale per i miei studi, per nuovi affetti, per comunicazioni quotidiane. Spesso ora mi sento estranea all’italiano, quando cerco di usarlo – soprattutto a voce – cado, scivolo o mi faccio male. Ma ci sto provando. Dare un nome italiano al buco nero, alla nuvola grigia, alla tristezza blu che mi riempiono e circondano da circa un anno mi è parso quasi impossibile – dare loro il nome di solitudine mi è sembrato riduttivo. Ma almeno, almeno ci sto provando.  

Maggio 2020

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